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Paese

Dati Generali
Il paese di Desulo
Inserita nel cuore profondo del Gennargentu, ad un passo dalle principali cime dell’Isola, Desulo è una cittadina di montagna a metà strada fra il passato ed il presente. Questa dicotomia è visibile soprattutto nelle abitazioni, in cui le antiche e le più moderne si alternano senza una precisa linea di demarcazione come avviene altrove. Molte case, peraltro, violano la tradizionale sobrietà e risultano particolarmente colorate.All’interno del centro abitato, suddiviso in rioni abbastanza distinti, trovano sede ben due musei etnografici, indirizzati a riscoprire e preservare le antiche usanze barbaricine, e la quattrocentesca chiesa di Sant’Antonio. Al di sopra del passo montano di Tascusì, invece, si trova il nuraghe Ura ‘e Sole, il più alto dell’isola (1331 metri d’altezza).
Il territorio di Desulo
Altitudine: 559/1828 m
Superficie: 74,72 Kmq
Popolazione: 2887
Maschi: 1388 - Femmine: 1499
Numero di famiglie: 1042
Densità di abitanti: 38,64 per Kmq
Farmacia: via La Marmora, 116 - tel. 0784 619226
Guardia medica: via Lamarmora - tel. 0784 619184
Carabinieri: via Cagliari, 232 - tel. 0784 619222

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Storia

DÈSULO, terra della Sardegna nel distr. di Tonara della prov. di Busachi, già compreso nel Mandraccisai, dipartimento delle Barbagie e dell’antico giudicato d’Arborea.

Sopra una delle montagne più vicine all’Argentu, colosso de’ monti sardi quasi a mezza la gran catena, fu fondata la popolazione, che così appellano, La Tradizione, che ancora ci addita il primo antico seggio di questa tribù in sull’estremo della gran valle nominata S’iscla de Belvì, nulla parola ne dice del quando sia avvenuto, che si sorgesse da quella bassa stanza in questi luoghi sublimi.

Nelle parti inferiori della pendice del Casta, o Genn-e-Casta, cui sono disposti in arco alcuni colli con apertura al greco, al levante, e al libeccio, e veramente a non lungo raggio, vedrai sopra il ruscello, che dicono Latalè in tre distinte frazioni questo comune. Asuài, che ha meno gente di ciascuna delle altre, sta più vicino a queste acque; lo è meno Issiria, che è il rione più popoloso, e giace a intervallo di circa un miglio. Tra’ quali in luogo superiore vedrai Uolaccio secondo per numero di abitanti. Ti converrà venire in quella certa barriera di colli per vedere questa borgata. La prospettiva della medesima in cosiffatta situazione e tra un bosco vastissimo di castagni, noci, ciriegi e peruggini ha certamente sua bellezza, ma una bellezza orrida, e, se non corra la stagion calda, stimerai essere tra le alpi nevose, non già tra la temperata Sardegna. Questa può bastare a chi non ami vedere quel che fu la società quando poche arti eransi dal-l’ingegnoso bisogno ritrovate, e prevalse la pastorizia alla agraria. Le avvenienze alla popolazione, il ponte sul Lotalè di alcune travi congiunte e disposte da uno ad altro margine ti annunzia lo stato selvaggio, le contrade nol niegheranno, che sono veri rompicolli, tanto aspre, quanto è il restante della pendice, che è asprissimo. Di regolarità di linea non conviene fare nè una parola. Le case sono di un’architettura in tutte parti barbara. Molte sono di due piani, le più di tre, e generalmente lunghe le stanze infima, superiore e media di sette tese con soffitte poco elevate. Il tetto è coperto tutto di legname, e per le tegole sono usate certe tavoluzze non formate a sega, ma fesse in lunghezza di poll. 8, largezza di 4, con la crassezza d’uno, le quali dicono Scàndule. Con tegole cosiffatte e così nominate Cornelio Nepote presso Plinio 1. 16, c. 8, ci fa sapere essere state coperte per quattrocento settanta anni le case di Roma. Quella maniera di coprimento se qui e in Tonai durò sinora, dicesi essere da ciò massimamente, che sotto il ghiaccio sia fragilissima la terra cotta degli stessi luoghi. Al pian terreno ci s’ha la provvista della legna in grandi e grossi tronchi d’elce, e il fosso a mo’ di cisterna, dove quasi per tutto l’anno conservasi fresca quella quantità di castagne provvedute a parte del nutrimento: in quella di mezzo dormono i principali della famiglia; superiormente in mezzo lo solajo è il focolare con intornovi panche, ed esse a spalliera. Nel verno, e principalmente in suo pieno gli è in questa, che consumansi i giorni all’aura dell’elce che arde e crepita, e spesso così fumeggia da far lagrimare anche gli uomini di cor ferino. Siedono le donne sulle loro gambe, e filano la lana, se non debbano agitar la spola: i fanciulli sdrajati; gli uomini anch’essi al fuoco, de’ quali molti sogliono dar opera a certi rozzi lavori di legno. Quando vogliono riposare, e i servi nella notte, sdrajansi sulle villose pelli, tenendo il capo sul rialzamento all’intorno dell’impalcatura, e i piedi al fuoco. Il letto non è per tutti, ed esso è singolare. Vedresti un pagliericcio, sopra il quale si stende la metà della ràgana, che è un coltrone di un cantaro di peso, tessuto come le stuoje a grossi fili con stami di lana candida, grossi quanto lo è una grossa fune; l’altra metà sta per tutte altre coltri, tra le quali pongonsi a giacere le persone vestite e spesso calzate. Vi ha chi usa di sovrapporre un lenzuolo, e poi una coperta di lana lavorata, di quelle che si fabbricano in Gavòi, o in Isili. I guanciali sono pieni di paglia d’orzo. È gran lusso una coltrice non già colma di lana, sibbene di quella materia legnosa, che dirompendosi il lino, cade dalla maciulla, che non ti parria un letto di rose, ove non ti cogliesse pronto il sonno della stanchezza. I mobili sono da museo; troverai panche, sedie a forbice, o tutte di legno, con qualche credenzone, ed una tavola, ma non per desco, giacchè si pranza e si cena al focolare. Grande squallore nei corpi, gran sudiciume nelle stanze fuliginose. Si sale su e giù per li due o tre piani sur un grossissimo tronco, nel quale sono regolari intaccature per iscaglioni. Al di fuori sogliono essere costrutte di pietre. Non molta differenza dalla casa d’un ricco proprietario, cui siano nel monte e nel piano molte greggie e molti armenti, e quella d’un uomo di piccola fortuna. Solamente i preti hanno abitazioni più decenti.

Clima. La temperatura è assai fredda anche nelle notti estive. Le eminenze d’intorno cominciano a vestirsi delle nevi ordinariamente a mezz’ottobre; qualche volta più tardi; tal’altra assai prima, e non se ne spogliano che a’ tepori dell’aprile. Il nevazzo suol durare nella popolazione per tre mesi, e spesso giugne a più di 6 piedi di altezza; ondechè conviene aprir valico con lunga e continua fatica. I temporali accade che non si calmino prima di un mese. Le pioggie sono frequentissime in ogni stagione; e non per ciò, e per la concavità della situazione poco è sentita la umidità. Il sole ai mesi invernali non guarda la popolazione che quattro o cinque ore, nascondendosi ad esso mentre scorre per li più brevi e infimi archi le suaccennate colline. Il greco, il levante ed il libeccio vi si versano da altrettante gole. Le nuvole troppo gravi nello scorrere vi cagionano nebbie momentanee, se pure nell’affollarsi in gran cerchio ai gioghi di Monte Argentu, non vi si assidano. L’aria è purissima, ma la sua gran rigidità non soffre per molto i malesci.

Popolazione. Componevasi nel 1836 di anime 1850, in famiglie 450, ed erano già dentro un anno nati 90; morti 45; celebratisi matrimoni 25. All’incremento è ancora una ragione da questo che vi sono ricoverati alcuni banditi non perseguitati, e che ritornaronsi alle lor case quelli cui era grave di vivere come gli animali selvaggi in luoghi così inospitali.

Il vitto è in pan di grano, castagne, un po’ di legumi, e alcuni frutti ortensi. Cominciasi a prender gusto alle patate.

Si fa molto consumo di formaggio e di carne.

Malattie. I fanciulli e le donne volgari pel pessimo nutrimento e per la poca cura del corpo cadono immaturamente, o contraggono de’ morbi cronici.

Si ha una spezieria, che pro se non è chi prescriva. Un flebotomo esponesi più volte al pericolo di far morire quei che la natura non vorrebbe ancora estinti. La dieta e l’acqua purissima che posson bevere vince spesso i più forti mali.

Vestiario. Vestonsi i desulesi del panno di che lavorano le loro donne. Queste coprono la testa con un saio della forma e grandezza d’un fazzoletto a coprir gli omeri. È stravagante il taglio del loro corsetto, vario il colore e il panno. La gonna ordinaria di color nero, quella che usano ne’ dì festivi rossa.

Negli uomini non v’hanno singolarità rimarchevoli, che anche in altri luoghi usano le scarpe a chiovi di cavallo, la cartucciera d’intorno, nella qual è inserto un coltellaccio, e coprir il petto e il dorso di pelli di muflone. Nessuna distinzione nel vestire fra le persone ricche e quelle di pochi averi: anzi questi si distinguon spesso da quelli per maggior lindura.

Le fanciulle in sull’uscire dalla impubertà soglion darsi a marito. In qual occasione celebrandosi grandi convivi ad ambe le parentele, ed alle rispettive aderenze si ascoltano improvvisatori gareggianti nelle lodi della novella coppia. Non si balla, nè vive tra essi alcuno zampognatore.

Nelle morti pare quasi cessato il rito dei cantici funebri per quelle donne prezzolate che si appellano attistadoras; le quali appresso gli estinti per violenza meglio aguzzavano gli animi alla vendetta, che pascessero il dolore. Ora in miglior vece quante vi concorrono femmine disponendosi in lugubre corona al feretro cantano lodi a N. Donna per sollievo dell’anima defunta.

Il carattere morale? Quasi qui si verifica che il luogo simili a sè gli abitator produce. – Proni all’ira non si dimenticano che hanno un arcobugio e un coltello. L’odio contro uno involge tutti i suoi prossimi, e si eccita da una sola imprudenza un grandissimo fuoco di inimicizie; qualche volta caddero gli innocenti e teneri. Quindi disse chi sapevasi ben di ciò che dicea non esser valle o poggio che non gridasse vendetta del sangue, di cui erano state tinte. I carabinieri reali avean incominciato con frutto a educarli a sentimenti più miti. Non sono da accusare nella religione, bensì nella poca conscienza a non dannificare altrui. Che però se intender si debba principalmente dei pastori, i quali e coi Tonnesi e con gli Ogliastrini hanno frequenti negozi. Le ingiurie si alternano, e quasi sempre vivesi o in diffidenza o in guerra. Sono pertanto non pochi i debitori alla legge, e la necessità di rinforzi e difese li fa congiurare.

Professioni. La principale è de’ pastori, dopo questa l’agraria, quindi il mestiere facile de’ rivenditori, che diconsi viandanti. Sono applicate persone 560 alla prima, 140 alla seconda; 50 alla terza. E qui occorre da notare che alcuni fra i primi aggiransi in varie stagioni anche nelle altre opere; dico che essendo essi stabilmente pastori, hanno pure e un giogo per coltivar alcun tratto di terreno, e un cavallo per vendere negli altri dipartimenti le proprie derrate. Nelle comuni e necessarie arti meccaniche sono così pochi, da non dirlo, ed essi senza alcuna istruzione, e con mezzi inettissimi, il che nasce da ciò che pretende ognuno di saper tutto fare, e si vuol risparmiare in quanto sia possibile.

Sono conosciuti siccome provenienti da’ desulesi certi lavori di legno grossolani e semplici come sono pale, taglieri, cucchiai, e varie altre sorta di utensili dometisci. Ecco in che corrente la stagione invernale si occupano quelli che devon tenersi in casa sedendo tutto il dì al focolare.

Le donne son sempre o in sul filare la lana o in sul tessere. Di telai è tanto numero, quante le famiglie. Nelle men doviziose soddisfatto al bisogno proprio, studiasi al lucro; e forse che non manderansi fuori meno di 3000 canne di panno-lano.

Agiatezza. Quale e quanta esser può in una non molta distanza dalla barbarie! Sono poche famiglie, cui non appartenga qualche greggia o armento; alcune cui sieno proprietà cospicue: e copia di danari. Non vedesi nè pur uno al quale manchi per lo vitto.

Istruzione. La elementare si dà a circa 20 fanciulli nei mesi d’inverno; conciossiachè di estate anche i piccoli intervengono nelle cure campestri. La scuola è in Issiria. Che leggano e scrivano non saranno tra i desulesi più di 50 persone.

Cose sacre? È questo popolo sotto la giuridsdizione dell’arcivescovo d’Oristano.

Ha cura delle anime un rettore con due coadjutori. Ha la decima da tutti i frutti, castagne, noci, pere, grano, orzo, dagli alveari, dalle greggie e dagli armenti. Per la quota del formaggio costumasi di offrire quello che ottengasi di latte in dieci giorni di luglio; dividendo così, che metà sia pel materiale della chiesa, un quarto al paroco, l’altro in eguali parti tra lui e i preti assistenti.

La chiesa parrocchiale è sotto la invocazione di s. Antonio abbate. È stata non ha guari elevata dalle fondamenta in un bel disegno a tre navate con crociere e cupola, e lodasi più bella dell’altre de’ vicini dipartimenti. Trovasi nel rione di Issirìa. Negli altri, siccome chiedeva il bisogno ed il comodo, sono state istituite due proparrocchiali per l’amministrazione di tutti i sacramenti, e quella di Uolàcciu è dedicata alla Vergine del Carmine, quella di Asuàì a s. Sebastiano.

Nel principal rione d’Issirìa sono due chiese figlia-li, una di s. Croce uffiziata da una confraternita, l’altra di s. Pietro fuori a distanza di mezzo miglia: e fuori Uolàcciu a quasi egual distanza s. Basilio Magno.

Son quattro cemiteri presso alle chiese di s. Antonio, di s. Pietro, di s. Basilio, di s. Sebastiano.

La festa di molto concorso dalle terre d’intorno è per s. Basilio. Si scannano circa mille e più capi di bestiame minuto, e molti del grosso per fare onore agli ospiti, limosina ai poveri.

Estensione territoriale? Stendesi in una asprissima superficie da levante a ponente, ore quattro di non lento pedone, da tramontana a mezzogiorno ore sei; sicchè può computarsi tutta l’area in 48 miglie quadrate. La popolazione è di poco lontana dalla sua frontiera di ponente.

Comechè sia montuosissimo il luogo, non perciò sono desiderati de’ siti, dove che coltivare i cereali, massime in quei tratti nei quali è molta pinguedine del putridame delle foglie, e del fimo degli animali.

Apronsi alternativamente due vidazzoni: la prima, e maggiore, nel salto di Aratu, nella quale si seminano circa 500 starelli di grano, e al massimo si può raccogliere il quintuplo, 200 d’orzo che può fruttificare ad altro e tanto: la minore nella regione Addettorgiu può capire non più della metà delle due suddette seminagioni. A questa apparterrebbe il salto tra i due fiumi Bacciaca e Dosa, dove è una grande estensione desiderata dai desulesi per lavorarvi; ma invano, chè gli arzanesi vi si sono violentemente introdotti, e violentemente vi si sostengono, come fosse una appendice del territorio ogliastrino.

I gioghi che impiegansi nel lavoro sono da 300. Se non strascinano l’aratro, hanno a impiegare le troppo deboli loro forze, secondo la scarsezza dell’alimento, a strascinare dei tronchi per lo focolare, e opere d’arte.

Non manca l’istituzione del monte di soccorso in benefizio dei poveri agricoltori col fondo di starelli di grano 400, e di lire sarde 500.

Di fave lino e granone è nessuna cultura.

Sono presso alla popolazione alcuni orti, dove mercè delle acque perenni coltivansi cavoli, piselli, fagiuoli, pomidoro, zucche, cipolle e altre poche specie, nelle quali conto le patate alla cui coltivazione vi va ponendo di giorno in giorno maggior studio e diligenza. Riescon belle e candide e d’una polpa assai sapida.

Non sono più di dieci vigne, ed esse di piccola estensione, sebbene alla parte occidentale sianvi delle piagge al proposito. I vini sono poco beverecci, e questo principalmente per farsi la vendemmia ai primi di settembre. Per ciò, e pure perchè pochissima la quantità devesi tutto l’anno prenderne dagli altri luoghi del dipartimento, dove i vigneti sono più felici, e dalla Ogliastra.

Alberi fruttiferi. Intorno e tra le parti della popolazione in un vasto prato è un castagneto così esteso e spesso, che il frutto ordinario non somma a meno di starelli 4000. La qualità del medesimo può meritar lode verso i prodotti della stessa specie nella Sardegna, ma non in altrove. Si è detto essere nelle castagne una principalissima parte del vitto, ed ora è da aggiungere, che non tutti usano diseccarle e sbucciarle. L’altra specie molto numerosa sono i ciriegi, che neppure comprenderei nelle migliori varietà; quindi le peruggini, e pochissimi peri, siccome i pruni, persici, meli, e le ficaje, che solo si coltivano nei poderetti.

Dal giugno per sei mesi la raccolta dei frutti occupa le donne e i piccoli. Non vedesi alcuna distinzione nelle medesime; quelle che appartengono alle famiglie più ricche affaticansi, e nei mesi asciutti vanno scalze come l’altre di minor fortuna. Dopo le ciriegie sono mature le pere, quindi la messe, poscia la vendemmia, in seguito la raccolta delle noci e delle castagne quando comincia a esacerbarsi il clima; infine, viene allora il dicembre, quella delle ghiande per nutrimento dei majali.

Selve ghiandifere. Le maggiori sono, una detta di Aràtu a tramontana, di forse due miglia quadrate; altra, che appellano Serra de Code e Gìrgini a levante, di quasi egual superficie. Le minori il Salto di Asuài a ponente, di circa un miglio quadrato, e Lagassè, anche più piccola, ad austro. Si potrebbe aggiugnere siccome del territorio Desulese la gran selva, che trovasi nella regione tra due fiumi (Baujaca e Dosa), usurpata dagli Arzanesi, della quale si potrebbero impinguare non meno di 6000 porci. In tutte sono alberi annosi, ma, come altrove è solito vedersi, in tristissima condizione per lo guasto, che vi fanno i legnaiuoli e i pastori. Nell’ultima selva non è che il leccio; nelle altre sopravanzano sempre di numero le quercie.

Pastorizia. La notata superiorità del numero delle persone, che vi sono applicate, quintuplo degli agricoltori, cagionasi come dalla qualità dei luoghi, così ancora dalla opinione ancora predominante, che sia il lavoro della terra opera di codardi.

Il bestiame dei Desulesi contenevasi alla primavera del 1833 nelle specie e numeri seguenti: pecore 40,000, capre 2000, porci 5000, vacche 1000, cavalli 100, majali 350, cui aggiugni i sunnotati 600 buoi; onde sarà un totale di capi 48,950, che certo è minore assai di quanto aveasi prima che le epizoosie frequenti lo diminuissero a quello che numerossi in quell’anno.

Pascolano queste specie nei prati, nei monti e boschi del Desulese dal maggio all’ottobre. Allora cominciando a coprirsi di un gran nevazzo i pascoli, devono i pastori affrettarsi a discendere nelle pianure, e condurre le capre e le pecore a svernare presso le marine,

o le vedrebbero tutte perire. Qui mi accade di maravigliarmi alquanto di ciò che scrisse Pausania dei barbari abitatori di queste alpi, avere i medesimi vissuto dalle loro greggie e dagli armenti, mentre non praticavano alcuna agricoltura, con questo che avessero delle terre idonee alle sementi. Le pascevano essi anche d’inverno nei loro monti, o le conducevano nelle terre romane? Sia quello o questo, v’ha bene di che stupire o della miseria del clima in quei tempi, o della poca forza, che la repubblica manteneva d’inverno a stringere fra loro i baroni questi montanari indipendenti, e vegnenti giù come nemici. Ritorniamo alla Callaja.

I desulesi sogliono in gran numero pascolare nelle terre del Sigerro, e finitime, dove non si provano certamente buoni ospiti. L’appalto de’ pascoli in salti aperti e nelle chiudende, non costa meno di scudi sardi 4000, di maniera che i frutti, che rende per tutta la stagione, il bestiame accade spesso che non bastino alla locazione, se dalla loro pessima industria non si aggiunga parte della roba altrui.

La quantità de’ formaggi, che si fanno dai medesimi quando sono nel proprio territorio, suole sommare a più di cantara 700. Le vacche non si mungono per mancanza di pascolo, ondechè appena pure ne ottengono dei tori per lo servigio dei campi, ed altre bisogna.

Dai porci è non piccol utile, se le selve producano molta ghianda. Non si coltivano più di 300 alveari, e i più tra le abitazioni.

Caccie. Sono nella estate assai frequenti, ed agitano i boschi dei drappelli da 50 in 100 persone. Si fa guerra a’ musioni; ma non sempre felicemente, perchè grande è la loro accortezza, e la fuga un volo. Se questi si salvano spesso, non così i cervi, daini e cinghiali, nei quali è un premio certo alle fatiche.

Commercio. Vendono i Desulesi formaggio, lane, pelli, capi vivi, castagne, noci, nociuole, ciriegie e pere fresche e confezionate, e de’ grossolani lavori di legno, e gran quantità di pannilani. Comprano un po’ di grano, molto di vino, tele, stoffe estere, lini, ecc., ma meno che si possa stimare. L’avarizia dei desulesi è in verità eccellente. Quindi se nelle loro case mancano i necessarii comodi, non però manca, dove grande, dove piccola, una somma riposta.

Monti. Di essi fu detto nell’articolo Barbagia. Monte Argentu nella sua pendice occidentale è dentro la circoscrizione desulese. La punta Orisa dista dalla popolazione ore 3. Anche di Bruncu-spina una metà è a Desulo.

Le valli sono così amene e pittoresche, che rinnovano ai viaggiatori alcune regioni della Svizzera quando sia benigno il cielo. Forse che tutte sono irrigate da ruscelli perenni.

Acque. Grandissimo numero è di sorgenti, il liquido purissimo e salubre se bevasi in una temperatura tollerabile. Poche tacciono di estate. Da quattro frati provvedesi il popolo con fiaschi ed anfore; essi sono uno a s. Pietro, l’altro nella piazza della parrocchia; il terzo tra Uolacciu e s. Basilio, il quarto presso s. Sebastiano. D’inverno, e quando sia continua piovitura, apronsi nuove vene, e pare non bastino tante foci a scemare la gran pregnezza del monte. Dell’atto ed infimo grado termometrico di questo clima si hanno in dette acque i seguenti dati che mentre la loro freddezza nella estate è tale, che uom non possa sorbirne dal cratere senza esser offeso dal troppo rigore, per lo contrario correndo la stagione invernale quanto più è crudo il ghiado, tanto esse sono più soavi a bere, e paion fumare.

Fiumi. Affluente del Dosa. Barriaca. Nasce questo verso il levante di Desulo alla pendice occidentale di Montargentu, e formasi da’ quattro rivi Code, Oruè, Cércini, Istiddà; corre alla regione di Tracalozzò, o Tracaloro ne’ confini di Desulo Arilzo e Seùi, dove cade nel Dosa.

Affluenti del Tirso. Altri due fiumi nascono attraverso la stessa parte; uno è il Forcilla generato dai rivi Latalè e Irzalè; il Latalè comincia dalla fonte Iscràniga a un’ora dalla popolazione, passa sotto alla medesima, presso cui riceve il ruscello dai tre fonti Alàsi, Nuragè, Perdabes, e move circa quaranta macine di grano; lo Irzàlè nasce a distanza di mezz’ora. Il secondo fiume è appellato Lagascè, il quale comincia da fontana fredda. Ambo si uniscono al fiume dell’Iscla di Belvì, e tutti insieme formano l’Aràscisi uno de’ più ricchi tributari del Tirso.

A settentrione di Desulo nascono altri due fiumi.

Uno è il Mattalè che ha i suoi principii in Bruncuspina, da due principali diverse fonti alle due pendici del monte, una dalla parte di Desulo, la quale dicono Càbudu Dessàréna, altra da quella di Fonni che ha nome Luddurrèe. I due rivi si congiungono in Mattalè, donde le acque discendono nei salti di Gavoi a trovare il Gùsana. In questo, dove è a linea di confine tra il Desulese e Fonnese sono altri 40 molini.

L’altro comincia dalla fonte Tracigèri distante mezz’ora, e crescendo per diversi ruscelli, Mela, Tascusì, Coscìnas, Cubas traversa i salti di Tonàra e Ovodda e sui confini tra Olzai e Teti si congiunge al Gùsana; che indi dal sito non più con questo nome ma Taloro appellano che è l’altro dei grandi influenti del Tirso.

Ponti. Sopra nessuno di questi fiumi trovasi ponte, e però conviene stendere delle travi. Solo sopra esse lo stesso Latalè sotto Desulo lascia che si valichi il suo canale ne’ mesi invernali.

Vie e distanze. Quelle sono scabri sentieri, difficili e pieni di pericolo, per dove non pertanto i cavallucci del luogo vanno come capre, queste si possono determinare a Tonai d’ore quattro, ad Aritzo di tre, a Tonàra una e mezza, al capoluogo della provincia di nove; alla dominante di ventitre.

Antichità. In tanta estensione sono pochissimi norachi, uno in Nuragè, l’altro in Gìrgini. Nel sito detto Nuracciòlu pare indicarsi dal nome ve ne sia stato alcun piccolo.

Vestigia di popolazioni antiche sono vedute in Bidustà lungi un’ora dal villaggio verso Gìrgini, e in Notuedìa a mezza linea all’anzidetto sotto l’arco di Addettorgiu. Dicesi siano dei monumenti dell’antica situazione de’ desulesi giù alla valle dell’Iscla.

Delle spelonche, di cui è menzione in Pausania, dove si ricoverassero i barbari perseguitati dai romani, e stessero sicuri, non se ne conosce alcuna in questo territorio. Le due caverne, una all’Iscla, l’altra a Gìrgini, che sole sono visitate in questo territorio dai pastori, nulla hanno di simile alle descritte.

Questi popolani sono tenuti di certi dritti ad un signor utile.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Desulo
Settimana Santa. I riti della Passione: S’Iscravamentu (deposizione del Cristo dalla Croce) e il giorno di Pasqua, S’Incontru.
Aprile: Corpus Domini - processione religiosa in cui vengono cantati i “Goccios” (canti sacri in sardo) e sfilata di costumi tradizionali.
Giugno: Madonna della Neve - Festa campestre che si svolge nella chiesetta di Tascusì
Agosto: La Montagna Produce - Mostra Agroalimentare e dell’Artigianato – Si svolge nel centro storico e dura tre giorni in cui alle degustazioni e ai convegni si affiancano spettacoli folcloristici.
Novembre: Premio “Montanaru” - Premio letterario intitolato al poeta desulese Antioco Casula.